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LA NUOVA RIFORMA DELLE PENSIONI

Il tema “pensioni” sarà una questione gestionale governativa da affrontare con una certa urgenza.

Se non si interviene con una certa sollecitudine, in termini normativi, dal 1° gennaio 2023 si tornerà al regime della legge Fornero, ipotesi che fa storcere il naso a molti, a partire dai sindacati e arrivando alla politica.

Naturalmente con un occhio rivolto alla spesa pubblica che rende difficile muoversi per mettere a posto la questione pensioni.

In un paese, quale l‘Italia, che è un nazione in cui il saldo tra popolazione che invecchia e popolazione che nasce è sbilanciato in quanto ci sono più persone che invecchiano senza un ricambio generazionale, più sale la spesa per le pensioni.

Ci sono poi i problemi dell’inflazione e della decrescita economica a complicare la situazione

Nel 2022 per gli assegni pensionistici si spenderanno 297,4 miliardi di euro (15,7% del Pil). E questo ha la sua incidenza sul Pil italiano, messo a dura prova dalle crisi attraversate e che si prospettano nel futuro.

Gli assegni per le pensioni nel 2023 costeranno 320,8 miliardi di euro, destinati a salire a 338,2 miliardi nel 2024 e 349,8 miliardi nel 2025

I problemi nel reperire risorse in un momento in cui la spesa pubblica aumenta per far fronte ai rincari trainati dalle conseguenze della guerra in Ucraina si legano adesso alle promesse elettorali del centrodestra, che probabilmente sarà guidato da Giorgia Meloni al governo.

A fine anno scadrà infatti Quota 102, regime con cui si permette di andare in pensione una volta raggiunti i 64 anni d’età e con almeno 38 anni di anzianità contributiva, quindi l’età pensionabile tornerà a essere quella della legge Fornero (67 anni d’età).

Sempre entro il 2022 bisogna poi capire cosa fare con strumenti di flessibilità in uscita dal mondo del lavoro: ape sociale e opzione donna.

L’ape sociale è un anticipo pensionistico pensato per facilitare specifiche categorie di lavoratori considerati in difficoltà (dalla natura usurante della professione svolta alla presenza di handicap e invalidità e permette di andare in pensione raggiunti i 63 anni di età, insieme a 30 o 36 anni di versamenti contributivi);

opzione donna va invece a tutelare le lavoratrici (con 35 anni di anzianità contributiva possono smettere di lavorare a 58 anni se dipendenti e a 59 anni se autonome). 

Gli assegni, da gennaio in poi, per essere rivalutati sulla base dell’andamento inflazionistico, costerebbero nove miliardi di euro in più rispetto alle previsioni fatte finora. In totale si parla di una cifra compresa tra i 23 e i 24 miliardi

Bisognerà poi fare i conti con le varie anime del centrodestra e quindi stravolgimenti e considerazioni varie saranno riprese da noi prossimamente con dati certi e su basi certe rispetto al solito chiacchiericcio che puntualmente ogni governo nuovo prospetta per il sistema pensionistico nazionale.